Dal 31 luglio 2026 entra in vigore in tutta l’Unione Europea la direttiva 2024/1799 sul diritto alla riparazione, e con essa un cambio di paradigma che non è soltanto una conquista per i consumatori, ma un intervento strutturale sul modello industriale dell’elettronica di consumo e degli elettrodomestici. L’obbligo di riparare i prodotti anche fuori garanzia, l’accesso ai ricambi per un decennio e il contrasto all’obsolescenza programmata modificano le condizioni di mercato per i produttori globali, con un impatto diretto sulla filiera dei RAEE e sugli scenari di economia circolare che il Green Deal europeo ha posto al centro della transizione.
Quali prodotti rientrano nell’obbligo di riparazione
La direttiva si applica alle categorie di beni per cui Bruxelles ha già fissato requisiti minimi di riparabilità. L’elenco — destinato a essere ampliato nei prossimi anni — copre tre macroaree di prodotto:
- Elettronica personale e display: smartphone, telefoni cellulari, cordless, tablet, televisori e monitor.
- Grandi elettrodomestici: lavatrici, lavasciuga, asciugatrici, lavastoviglie, frigoriferi e congelatori.
- Piccoli elettrodomestici e altri dispositivi: aspirapolvere, apparecchi per il riscaldamento d’ambiente (stufe ed emettitori di calore domestici), monopattini elettrici, biciclette a pedalata assistita, apparecchiature di saldatura, server e sistemi di archiviazione dati.
Per tutti questi beni, i produttori non potranno più rifiutare la riparazione adducendo motivazioni economiche o tecniche vaghe. La riparazione dovrà essere eseguita gratuitamente entro i due anni di garanzia legale oppure a un prezzo ragionevole e in un tempo congruo una volta scaduta la garanzia.
Cosa impone la direttiva ai produttori: ricambi, trasparenza e piattaforma europea
Il cuore normativo del provvedimento cambia le carte in tavola per l’intera catena produttiva e distributiva, producendo effetti che vanno ben oltre la tutela del singolo acquirente.
Ricambi per 10 anni. I produttori sono obbligati a mettere a disposizione parti di ricambio, strumenti di diagnosi e documentazione tecnica per almeno 10 anni dalla fine della produzione del modello. Il prezzo dei componenti non potrà essere fissato a livelli che scoraggino la riparazione. Questo vale anche per i riparatori indipendenti, che avranno accesso ai ricambi originali senza vincoli di esclusiva.
Modulo europeo standardizzato. Prima di ogni intervento, il riparatore — ufficiale o terzo — dovrà consegnare al consumatore un modulo informativo europeo con tipologia di riparazione, tempi previsti, prezzo ed eventuale disponibilità di un prodotto sostitutivo. Le condizioni indicate restano valide per 30 giorni, consentendo al cittadino di confrontare offerte diverse in modo trasparente.
Stop ai blocchi software e hardware. Le aziende non potranno più utilizzare software o componenti che impediscano le riparazioni effettuate da laboratori non autorizzati o che compromettano il funzionamento del dispositivo in presenza di ricambi compatibili o ricondizionati. L’unica deroga ammessa riguarda casi circoscritti di sicurezza o proprietà intellettuale, come i sensori biometrici.
Piattaforma europea per la riparazione. Entro il 31 luglio 2027 la Commissione UE dovrà realizzare l’interfaccia comune di una piattaforma online che consentirà ai consumatori di individuare riparatori, venditori di beni ricondizionati e acquirenti di prodotti difettosi destinati al ricondizionamento. La piena operatività è fissata al 1° gennaio 2028.
Il nodo industriale: 35 milioni di tonnellate di rifiuti e la fine dell’obsolescenza programmata
La posta in gioco non è solo consumeristica. Ogni anno, in Europa, lo smaltimento di prodotti ancora riparabili genera 35 milioni di tonnellate di rifiuti, con costi ambientali e sociali rilevanti. La direttiva interviene su questo stock di scarti potenzialmente evitabili imponendo di fatto un ripensamento della progettazione industriale.
Come ha dichiarato Gabriele Melluso, presidente nazionale di Assoutenti, le nuove norme mirano a «spingere i fabbricanti a realizzare prodotti che durino di più nel tempo». La leva è duplice: da un lato, l’obbligo di riparazione rende diseconomiche le strategie fondate sulla sostituzione rapida; dall’altro, la disponibilità decennale dei ricambi costringe i produttori a internalizzare costi che finora erano scaricati sui consumatori e sulla collettività.
La conseguenza per il sistema energetico e industriale è la stessa che il Green Deal persegue sul fronte della decarbonizzazione: ridurre la pressione sulle risorse naturali e contenere la domanda di nuove materie prime critiche, molte delle quali — litio, cobalto, terre rare — sono al centro delle filiere elettroniche e della mobilità elettrica. Meno prodotti sostituiti significa meno energia incorporata nella manifattura, meno estrazione mineraria e meno rifiuti elettronici da trattare.
In garanzia, la riparazione allunga la tutela di 12 mesi. La direttiva prevede che, se il consumatore sceglie di riparare un bene difettoso anziché sostituirlo durante il periodo di garanzia legale, la responsabilità del venditore venga prorogata di 12 mesi dal momento della riparazione. Un incentivo concreto che disinnesca la logica del “conviene buttarlo e comprarne uno nuovo”.
L’Italia ha avviato il percorso di recepimento con uno schema di decreto legislativo che modifica il Codice del Consumo. Il testo, inviato al Parlamento il 9 luglio 2026, attende il via libera del Senato. Assoutenti, da parte sua, ha inaugurato un laboratorio per la riparazione a Genova, con l’intenzione di estendere l’iniziativa ad altre città, affiancando alla cornice normativa un’attività di sensibilizzazione sull’economia circolare.
La direttiva Right to Repair rappresenta il primo tentativo su scala continentale di correggere un fallimento di mercato che ha finora premiato la produzione di beni a ciclo di vita breve. La sua efficacia dipenderà dalla capacità degli Stati membri di vigilare sull’applicazione concreta e dalla reale disponibilità dei produttori extra-UE — la quasi totalità nel settore smartphone — a conformarsi a regole che rendono la longevità del prodotto un obbligo e non più un’opzione di marketing.