Energy Dome: da Piacenza la CO2 Battery sfida lo storage a litio
Il primo dome costruito interamente in casa è già partito da Piacenza verso l'India. Con l'apertura dello stabilimento emiliano, Energy Dome porta la CO2 Battery fuori dal laboratorio e dentro una filiera manifatturiera europea fatta di acciaio e turbomacchine. Per il sistema elettrico italiano la posta in gioco non è soltanto industriale: la tecnologia dell'accumulo a lunga durata attende ancora le aste che devono remunerarla; una lettura possibile è che il ritardo pesi più della capacità produttiva.
A Piacenza nasce l'hub manifatturiero della filiera europea
Lo stabilimento di Piacenza è l'hub produttivo centrale di Energy Dome: qui si realizzano i dome, i componenti chiave destinati ai grandi impianti internazionali dell'azienda. Il piano prevede 6,5 milioni di euro di investimenti nei prossimi due anni, l'obiettivo di triplicare la capacità produttiva e un organico locale che passa dagli attuali 30 addetti a 80-90 dipendenti entro il 2028.
Nell'ultimo anno il sito ha assorbito circa 2 milioni di euro, destinati all'adeguamento del capannone, all'acquisto dei macchinari e al potenziamento delle infrastrutture elettriche e di rete. È una quota pari a poco meno di un terzo del totale previsto (2 su 6,5 milioni, il 30,8%): il grosso della spesa industriale deve ancora arrivare.
La scelta di filiera è il tratto distintivo del progetto. A differenza delle tecnologie di accumulo tradizionali, che dipendono da catene di fornitura extra-europee, la CO2 Battery valorizza componenti e lavorazioni interamente europee. L'argomento, ripetuto dall'azienda in tutte le sue comunicazioni, è esplicito: non si vuole sostituire la dipendenza dai combustibili fossili con quella da hardware importato.
Tre i cantieri che il sito emiliano deve alimentare.
| Progetto | Paese | Capacità | Partner | Stato |
|---|---|---|---|---|
| Kudgi | India | 20 MW / 160 MWh | NTPC | Dome spedito |
| Columbia Energy Storage Project | USA (Wisconsin) | 20 MW / 200 MWh | Alliant Energy | Componente in produzione |
| Rhode | Irlanda | 23 MW / 200 MWh | — | Produzione successiva |
Il nodo regolatorio italiano è il MACSE
Il mercato domestico resta il punto debole della strategia. Il MACSE è il meccanismo di approvvigionamento a termine della capacità di stoccaggio gestito da Terna. Le aste finora costruite, tuttavia, sono pensate per le tecnologie a litio. Il funzionamento della CO2 Battery, sostiene l'azienda, è più simile all'idroelettrico a pompaggio.
"Attualmente le aste sono costruite per le tecnologie a litio", ha spiegato il fondatore e amministratore delegato Claudio Spadacini, secondo cui le regole in vigore "favoriscono tecnologie diverse dalla nostra". La richiesta è che vengano emesse le aste dedicate al pompaggio e alle altre forme di accumulo di lunga durata: "Stiamo aspettando e auspichiamo che le aste a pompaggio vengano emesse perché ad oggi percepiamo un ritardo".
Il quadro di riferimento non manca. Il PNIEC fissa i target italiani, Terna ha indicato un fabbisogno di 50 GWh al 2030, e Arera ha dato mandato al gestore della rete di prendere in considerazione anche tecnologie alternative. Nel frattempo Energy Dome valuta nuovi progetti in Sardegna e in varie regioni del Centro Sud e delle isole, dove la necessità di stoccaggio è più marcata.
Trenta gigawattora di pipeline contro i 50 chiesti da Terna
La dimensione commerciale dell'azienda si misura su quattro numeri. Energy Dome dichiara presenza su 4 continenti, oltre 2 GWh di progetti in esercizio o contrattualizzati, oltre 3 GWh autorizzati e una pipeline di sviluppo superiore a 30 GWh. Tra clienti e partner figurano Google, Engie, Alliant Energy, NTPC, SEC e SRP.
Il confronto tra questi valori e il contesto italiano è immediato. Sommando i progetti contrattualizzati e quelli autorizzati si arriva a oltre 5 GWh: circa un sesto dei 30 GWh di pipeline, se si assume che questa includa anche i progetti contrattualizzati e autorizzati. La pipeline complessiva è pari ad almeno il 60% del fabbisogno di 50 GWh indicato da Terna al 2030 (oltre 30 GWh di pipeline; le fonti non indicano un limite superiore). Le fonti indicano una pipeline superiore a 30 GWh; se fosse interamente destinata all'Italia coprirebbe almeno il 60% del fabbisogno Terna al 2030. Le fonti non dicono quanta parte sia destinata all'Italia. È un esercizio aritmetico, non una previsione: la pipeline è distribuita su scala globale; le fonti non indicano commesse italiane, mentre l'azienda sta valutando progetti in Sardegna e nel Centro Sud.
Il vincolo è il capitale, non la tecnologia
La crescita passa dalla finanza. "A oggi abbiamo raccolto 200 milioni per crescere, ma con i contratti che abbiamo firmato la necessità di capitali va ben oltre questa cifra. Siamo in una fase di raccolta di nuovi capitali per diverse centinaia di milioni", ha dichiarato Spadacini. Il processo è aperto a investitori europei e americani, con trattative in fase avanzata, e l'azienda prevede di chiudere il 2026 con ricavi tra 30 e 40 milioni. Energy Dome ha già incassato 35 milioni di euro da Breakthrough Energy Catalyst, il fondo promosso da Bill Gates.
Il modello di business si articola su due direttrici: "Possiamo costruire e vendere impianti oppure costruire, gestire e vendere il servizio di stoccaggio sulla base di contratti pluriennali", ha spiegato il CEO, citando il contratto siglato con Google. La scala degli investimenti spiega perché il capitale sia il collo di bottiglia: per ciascun impianto l'investimento "va da un range di 40-50 fino a 400 milioni di euro, a seconda della dimensione".
Qui emerge la sproporzione più significativa dell'operazione di Piacenza. I 6,5 milioni destinati all'hub manifatturiero valgono meno di un quinto del costo del più piccolo impianto nel range indicato dall'azienda, quello da 40 milioni. Il sito produttivo non è l'investimento pesante: è plausibile che sia la leva che rende replicabili investimenti da circa 6 a oltre 60 volte più grandi.
La chiusura del cerchio dipende da un atto regolatorio, non da un annuncio industriale. Se le aste per il pompaggio e le tecnologie di lunga durata arriveranno, il mercato italiano diventa il banco di prova di un modello che oggi vive di export; se il ritardo proseguirà, Piacenza continuerà a spedire dome verso India, Wisconsin e Irlanda, lasciando a Terna e al MACSE il compito di decidere se la CO2 Battery avrà mai un cliente italiano.