Quindici Stati membri dell'Unione Europea, con l'Italia in prima fila, hanno formalizzato la richiesta di eliminare gli obiettivi vincolanti sulle fonti rinnovabili per il quadro post-2030. La mossa, firmata dal ministro Gilberto Pichetto Fratin a margine del Consiglio Energia del 26 giugno 2026, punta a sostituire i target quantitativi sulle FER con un contenitore più ampio di «energia pulita» che includa nucleare e altre tecnologie low-carbon su un piano paritario. Per il mercato energetico europeo è una svolta potenzialmente dirompente: cambierebbe le regole con cui gli Stati pianificano investimenti, aste e infrastrutture per i prossimi due decenni.
Cosa chiedono i Paesi della Nuclear Alliance
La lettera congiunta, indirizzata alla vicepresidente esecutiva della Commissione Teresa Ribera e al commissario all'Energia Dan Jørgensen, nasce nel solco della Nuclear Alliance guidata dalla Francia e include Paesi Bassi, Svezia e Polonia oltre all'Italia. Il testo chiede un quadro «semplice, flessibile e coerente» fondato su un obiettivo generale di energia pulita, abbandonando traiettorie vincolate a target quantitativi per le sole rinnovabili.
Il ragionamento dei firmatari è esplicito: se nel decennio precedente era legittimo concentrarsi sulla nascita e diffusione delle FER con obiettivi misurabili, ora serve una strategia più ampia di sostituzione graduale dei combustibili fossili. Nel 2025 l'Unione ha speso circa 340 miliardi di euro per importare combustibili fossili, oltre la metà dell'energia consumata nel blocco.
Il nodo è tutto qui: per la Nuclear Alliance ogni Stato membro dovrebbe poter scegliere il mix di decarbonizzazione più efficiente in termini di costi, senza essere imbrigliato da sotto-obiettivi settoriali applicati in modo disomogeneo.
Un mercato a due velocità: FER già dispiegate contro nucleare di là da venire
Qui il mercato si spacca. Da un lato le rinnovabili sono già in fase di dispiegamento commerciale di massa: nel 2025 il 48% dell'elettricità europea è arrivato da eolico, fotovoltaico e altre FER. L'attuale quadro normativo impone almeno il 42,5% di rinnovabili sui consumi finali lordi al 2030, con l'ambizione di salire al 45%. È un target vincolante che ha funzionato da leva per spingere Stati e operatori a pianificare capacità, reti, autorizzazioni e strumenti di sostegno.
Dall'altro lato il nucleare, invocato come alternativa paritaria, sconta orizzonti temporali completamente diversi. Nuovi programmi comportano tempi lunghi e incertezze su costi, finanziamento, catena di fornitura e gestione dei rifiuti — senza contare le procedure di autorizzazione e dismissione. Mettere FER e nucleare nello stesso obiettivo di «energia pulita» produrrebbe una simmetria formale che non corrisponde ai tempi reali di realizzazione. Il rischio operativo per il settore è concreto: meno vincoli specifici sulle rinnovabili significherebbe meno pressione su autorizzazioni e reti, e meno chiarezza sulla traiettoria di crescita attesa.
Le cinque opzioni già sul tavolo della Commissione
Bruxelles non arriva impreparata. La Commissione ha già testato, nella consultazione lanciata questa primavera, cinque opzioni alternative per il quadro post-2030:
- Mantenere gli obiettivi vincolanti su rinnovabili ed efficienza energetica con contributi nazionali guidati da formule precise.
- Struttura simile all'opzione 1 ma con flessibilità che riflettano le specificità degli Stati membri.
- Un unico obiettivo globale di energia pulita con soglie minime integrate per le rinnovabili.
- Un unico obiettivo globale di elettrificazione, sempre con soglie minime per FER ed efficienza energetica.
- Una combinazione delle opzioni precedenti con KPI di monitoraggio su elettrificazione, riduzione del calore di scarto e altri parametri chiave.
La richiesta della Nuclear Alliance spinge verso l'opzione 3, ma con un'elasticità che secondo i critici svuoterebbe l'ambizione europea. Le rinnovabili non sarebbero più il perno misurabile della transizione, ma una delle tante opzioni in un paniere allargato.
Quanto pesa l'esperienza dei target passati
Il confronto con quanto fatto finora serve a misurare la posta in gioco. Dal Pacchetto 20-20-20 (RED I) al Fit for 55 (RED III), l'Unione ha sempre lavorato con impegni precisi: 20% di FER nei consumi comunitari al 2020, 17% per l'Italia, poi 32% al 2030, infine il rialzo al 42,5%. Ogni passaggio ha generato segnali di mercato misurabili, ha permesso di valutare ritardi e colli di bottiglia autorizzativi, ha dato agli operatori una traiettoria su cui investire.
L'approccio della lettera a Ribera e Jørgensen scardinerebbe questa architettura. Un target più elastico renderebbe più difficile verificare quanto ogni Paese stia realmente contribuendo alla sostituzione dei fossili, spostando il baricentro decisionale dai target comunitari alla discrezionalità nazionale.
Per il settore energetico la partita è aperta. La decisione arriverà al prossimo Consiglio Europeo. Da lì uscirà il perimetro entro cui operatori, investitori e regolatori dovranno muoversi verso il 2040.

