Eni si blinda la filiera degli accumuli: gigafactory a Brindisi e litio dal Cile con estrazione diretta

Eni mette a terra due operazioni in 48 ore che ridisegnano la sua posizione nella partita degli accumuli elettrochimici. Il 6 luglio è partito il cantiere della gigafactory di Brindisi per batterie al litio-ferro-fosfato (LFP), in joint venture con Seri Industrial. Il giorno stesso, il gruppo ha firmato l'acquisto del 25% di Black Giant, società cilena controllata dalla statunitense EnergyX, titolare di un progetto di estrazione del litio nel nord del Cile. L'investimento per la quota cilena è di 225 milioni di dollari. Non sono due annunci separati: sono i due lati di una strategia unica, che punta a coprire l'intera catena del valore — dalla materia prima alla cella finita — in un momento in cui l'Europa degli accumuli è in affanno.

La gigafactory di Brindisi: 16 GWh entro il 2030, metà del mercato europeo

Eni Storage Systems e Fib (la controllata di Seri Industrial) hanno posato la prima pietra nel sito industriale di Brindisi. Il polo produrrà celle, moduli e pacchi batteria per lo storage stazionario, e assemblerà anche i moduli provenienti dallo stabilimento Seri di Teverola, in provincia di Caserta. In una fase successiva, il sito ospiterà la produzione di materia attiva catodica e un impianto di riciclo.

L'obiettivo dichiarato è arrivare a 16 GWh/anno di capacità produttiva entro la fine del 2030, equamente suddivisi tra Brindisi e Teverola (8 GWh ciascuno). Secondo le stime riportate, questa capacità rappresenterebbe oltre il 10% del mercato europeo degli accumuli stazionari. Un dato che va letto insieme alla traiettoria della domanda: nel 2025 il mercato europeo valeva circa 36 GWh, con proiezioni a 138 GWh per il 2030. Eni e Seri si posizionano quindi su una fetta rilevante di un mercato che, solo in Europa, è atteso quasi quadruplicare in cinque anni.

Giuseppe Ricci, direttore operativo Trasformazione Industriale di Eni, ha definito l'operazione «l'ingresso di Eni in un business completamente nuovo e ad alto potenziale di crescita».

Litio in Cile: estrazione diretta, meno acqua, più controllo sulla supply chain

Il secondo tassello è l'ingresso nel progetto Black Giant, localizzato in aree prossime al Salar de Punta Negra, nel Cile settentrionale. La partecipazione del 25% dà a Eni un posto nel board della società e, soprattutto, il diritto di approvvigionarsi fino al 25% della produzione complessiva di carbonato di litio (LCE), a supporto diretto della gigafactory pugliese.

Il progetto è strutturato in due fasi:

Eni investe in batterie: gigafactory a Brindisi e litio in Cile
Interno di un magazzino industriale con macchinari e scaffali di stoccaggio. Foto di Freek Wolsink su Pexels
  • Fase 1: un primo treno produttivo da 7,5 kton/anno di LCE, con avvio previsto nel 2028
  • Fase 2: capacità aggiuntiva di 45 kton/anno, start-up nel 2030

A regime, Black Giant produrrà 52,5 kton/anno di carbonato di litio. L'investimento totale stimato per l'intero progetto è di circa 1 miliardo di dollari, con un fatturato a regime di 1,3 miliardi di dollari/anno (calcolato sul prezzo corrente del litio di 25.000 dollari/ton).

L'elemento distintivo è la tecnologia di estrazione: Direct Lithium Extraction (DLE). A differenza dei metodi tradizionali che usano vasche di evaporazione su grandi superfici per mesi, la DLE cattura selettivamente gli ioni di litio dalla salamoia, riducendo tempi, consumo di suolo e, in alcuni casi, impiego d'acqua. Il processo prevede un ciclo chiuso con reiniezione totale dell'acqua di strato prodotta dai pozzi. Eni metterà a disposizione il proprio know-how nello sviluppo upstream per accelerare la messa in produzione.

Perché il timing è cruciale: il vuoto europeo dopo Northvolt e Morrow

Le due operazioni arrivano in una fase delicata per la filiera europea delle batterie. Il settore è ancora scosso dalla bancarotta della svedese Northvolt nel 2025 e dal fallimento della norvegese Morrow nella primavera 2026. Due casi che hanno messo a nudo la vulnerabilità strutturale del continente: una dipendenza fortissima dalle importazioni di materie prime critiche e di prodotti intermedi — precursori, materiali attivi catodici e anodici, separatori, elettroliti — che comprime il valore aggiunto industriale europeo ed espone a colli di bottiglia nelle forniture, oscillazioni di prezzo e tensioni geopolitiche.

Eni sta costruendo una risposta integrata a questo problema. Alla mossa sul litio in Cile si aggiunge l'investimento annunciato a maggio nella canadese Nouveau Monde Graphite, produttrice di grafite naturale e materiali avanzati per accumuli. L'architettura è chiara: mettere in sicurezza le materie prime a monte per alimentare la produzione di celle a valle, riducendo l'esposizione a fornitori terzi.

Il nodo competitività: quanto costerà produrre batterie in Italia?

La domanda che il settore si pone è se questa integrazione verticale basti a colmare il gap di competitività con i produttori asiatici, che dominano la filiera globale degli accumuli. La gigafactory di Brindisi produrrà celle LFP, una chimica meno densa energeticamente rispetto alle NMC ma più economica e sicura, adatta allo storage stazionario. Il contesto di costo resta sfidante: le stime di mercato indicano che i sistemi di accumulo utility scale a 4 ore si collocano su livelli di prezzo in forte calo. Produrre in Europa, con costi dell'energia e della manodopera più alti, richiede un controllo ferreo della supply chain e volumi sufficienti a generare economie di scala.

I 16 GWh/anno annunciati rappresentano una scala significativa ma non enorme nel panorama globale. Il punto di forza potrebbe essere la vicinanza al mercato finale europeo e la possibilità di offrire prodotti con una catena di fornitura tracciata e a minore impronta ambientale — un fattore che i regolatori europei stanno iniziando a prezzare attraverso meccanismi come il Carbon Border Adjustment Mechanism e i requisiti di due diligence sulle batterie.

Quel che è certo è che Eni non sta facendo scommesse timide. Con un investimento complessivo che tra Brindisi, Cile e grafite canadese si avvicina al miliardo di dollari, il gruppo sta costruendo una presenza verticale nella filiera degli accumuli che nessun altro player energetico europeo ha finora tentato con questa ampiezza. La partita ora si sposta sull'esecuzione: i primi test arriveranno nel 2028, quando il Treno 1 di Black Giant dovrà iniziare a produrre e il cantiere di Brindisi dovrà essere in fase avanzata.

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