Portare la quota di elettricità nei consumi finali dell’Unione dal 23% attuale al 46% entro il 2040 non è solo un obiettivo climatico: è una correzione strutturale di un sistema energetico che ha visto l’offerta decarbonizzarsi molto più velocemente della domanda. Il Piano d’azione per l’elettrificazione presentato il 17 luglio dalla Commissione europea, insieme alla proposta di revisione dell’EU ETS, mette sul tavolo numeri che ridisegnano il perimetro del mercato elettrico continentale: 260 miliardi di euro all’anno di risparmio sulle importazioni fossili, 200 GW di accumulo al 2030, un differenziale fiscale obbligatorio tra elettricità e gas. Per il settore energia il messaggio è uno spartiacque: il vettore elettrico smette di essere un comparto tra gli altri e diventa l’infrastruttura portante della competitività europea.
Un target che prova a invertire dieci anni di stagnazione
L’elettrificazione dei consumi finali nell’UE è ferma al 23% da oltre un decennio, mentre Paesi come Cina, Corea e Giappone hanno già superato il 30%. Il paradosso è che nello stesso periodo la generazione elettrica europea ha cambiato volto: oggi il 70% dell’elettricità proviene da fonti pulite prodotte internamente e nel 2024 le rinnovabili hanno coperto il 47,5% dell’elettricità lorda consumata, contro il 28,6% del 2014.
Il Piano fissa una tappa intermedia al 32% nel 2030 – già indicata nel Clean Industrial Deal – per arrivare al target indicativo del 46% al 2040, che la Commissione valuterà se rendere vincolante nel pacchetto energia e clima post-2030. La valutazione d’impatto è attesa per il quarto trimestre 2026. Centrare l’obiettivo, secondo le stime di Bruxelles, taglierebbe le importazioni di gas di oltre il 70% e quelle di greggio di oltre il 40%, con una riduzione delle emissioni di circa 2.000 Mt di CO₂.
Il commissario all’Energia e all’edilizia abitativa Dan Jørgensen è stato netto: «Il messaggio che inviamo oggi è molto chiaro: scegliete l’elettricità al posto dei combustibili fossili». E sui sussidi: «I combustibili fossili sono fortemente sovvenzionati e non sopravviverebbero in un mercato veramente competitivo. Dobbiamo smettere di finanziare la nostra dipendenza con i soldi dei contribuenti. Entro la fine dell’anno proporremo misure per eliminare gradualmente i sussidi». Nel 2024, quei sussidi ammontavano a 97 miliardi di euro.
Il nodo del prezzo e la riforma delle tariffe di rete
Il freno principale all’elettrificazione è uno squilibrio di prezzo che il Piano affronta con strumenti normativi. Oggi nell’UE l’elettricità costa in media quasi tre volte il gas, per via di oneri di rete e fiscalità pensati per i combustibili fossili. La Commissione introduce target operativi al 2030: rapporto prezzo elettricità/gas sotto 2,5 volte per le famiglie e sotto 2 volte per l’industria.
La proposta legislativa sulle tariffe di rete – parte del pacchetto – introduce componenti dinamiche differenziate per fasce orarie, elementi legati alla capacità impegnata e obblighi minimi di diffusione degli smart meter: almeno il 50% dei clienti finali entro il 2030, quota da portare al 75% entro il 2033. Sul fronte fiscale, gli Stati membri dovranno applicare un differenziale obbligatorio sulle accise che impedisca di tassare l’elettricità più del gas naturale. Per le imprese energivore l’elettricità fornita sarà automaticamente considerata idonea a ricevere agevolazioni fiscali specifiche.
Infrastrutture: 200 GW di accumulo e una rete da ridisegnare
Il terzo pilastro del Piano riguarda la modernizzazione fisica del sistema elettrico. Gli obiettivi sullo stoccaggio energetico sono:
- 200 GW di capacità di accumulo entro il 2030, rispetto ai circa 55 GW del 2026
- 500 GW entro il 2040, includendo accumulo di breve e lunga durata
La Commissione valuterà il fabbisogno di flessibilità dell’UE su tre orizzonti temporali – 2030, 2040 e 2050 – stimando il potenziale dello storage di lunga durata e della demand response, anche in settori come data center, isole e aree con limitazioni di rete. Entro il 2026 è prevista la revisione dei codici di rete europei per adeguarli a un sistema in cui batterie, accumuli termici, veicoli elettrici e pompe di calore possano offrire servizi di flessibilità.
Sul fronte dei finanziamenti, la Banca europea per gli investimenti (BEI) ha annunciato oltre 75 miliardi di euro in tre anni per reti, stoccaggio ed elettrificazione su larga scala nell’industria, nei trasporti e negli edifici. Per l’industria, l’Industrial Decarbonisation Bank mobiliterà 100 miliardi di euro su scala europea, mentre l’ETS Investment Booster da 30 miliardi ne costituirà la prima fase operativa prima del 2030.
La revisione dell’ETS e lo scontro politico
Il Piano per l’elettrificazione è stato presentato insieme a una proposta di revisione del sistema ETS che introduce flessibilità ma non sospende il meccanismo, come chiedevano alcuni governi tra cui l’Italia. I punti chiave:
- Proroga delle quote gratuite per i settori CBAM (cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti) fino al 2038, rispetto all’azzeramento previsto per il 2034
- Aumento delle quote gratuite nel periodo 2026-2030, per un valore di circa 10 miliardi di euro
- Rallentamento del fattore di riduzione lineare: dal 4,3-4,4% attuale al 3,7% annuo per il 2031-2035 e all’1,7% per il 2036-2040
- Obbligo per gli Stati membri di destinare almeno il 50% dei proventi ETS nazionali a investimenti di decarbonizzazione nei settori coperti dal sistema
- Dimezzamento del tasso di assorbimento della Market Stability Reserve dopo il 2030, dal 24% al 12% annuo
Qui si apre la frattura politica. L’Italia, con il ministro Gilberto Pichetto, ha rivendicato un negoziato «con determinazione, pragmatismo e spirito costruttivo». Confindustria, insieme alle omologhe tedesca e francese, ha chiesto di adattare le regole alle specificità industriali, opponendosi alla riduzione delle quote gratuite e chiedendo la sospensione dell’ETS per marittimo e aviazione. Sul fronte opposto, WindEurope e l’European Environmental Bureau hanno accolto l’ambizione sull’elettrificazione ma avvertono che il mantenimento prolungato delle quote gratuite rischia di indebolire l’efficacia della riforma. SolarPower Europe ha invece chiesto che i fondi della Industrial Decarbonisation Bank e dell’Investment Booster siano «esplicitamente mirati all’elettrificazione».
Il commissario alle Politiche climatiche Wopke Hoekstra ha cercato di ricucire: «L’Ets non deve essere visto come un’imposta, ma come un fattore incentivante della decarbonizzazione». Resta il problema che meno del 10% dei proventi ETS trattenuti dagli Stati membri viene oggi speso per la decarbonizzazione industriale.
Un’asticella realistica o un gap ancora da colmare?
La distanza tra il 23% attuale e il 46% al 2040 è di 23 punti percentuali in 14 anni, il che implica un incremento medio di circa 1,6 punti l’anno – un ritmo che l’Europa non ha mai sostenuto nell’ultimo decennio, quando il tasso è rimasto sostanzialmente invariato. Anche il passaggio intermedio al 32% nel 2030 richiede 9 punti in 5 anni, quasi due punti l’anno. Il Piano mette in campo leve fiscali, tariffarie e finanziarie, ma resta una Comunicazione strategica: la trasposizione in obblighi vincolanti passerà dai negoziati sul pacchetto energia post-2030 e dalla revisione dell’ETS, con l’Italia su posizioni che divergono da quelle del fronte guidato dalla Spagna. L’esito di quel negoziato determinerà se il 46% sarà un’asticella reale o un’indicazione di principio.
Fonti
- Elettrificazione, Piano UE: sovranità energetica e bollette
- Elettricitafutura.it
- Piano Ue per l’elettrificazione: molto resta da scrivere
- Rankiapro.com
- Electrification Action Plan: piano UE per elettrificare
- Elettricomagazine.it
- Askanews.it