L’ipotesi che l’esplosione dei data center mandi fuori controllo i consumi elettrici italiani è sovrastimata. Lo scenario più probabile, elaborato dall’Università di Padova con il contributo del WWF, fissa la capacità totale installata a 1,4 GW nel 2030 e circa 2 GW nel 2035, pari al 3-4% dei consumi nazionali. Soprattutto, quella domanda può essere coperta con un portafoglio di rinnovabili e sistemi di accumulo, senza costruire nuova capacità a gas né tanto meno reattori nucleari. Le richieste di connessione depositate a Terna — che al 30 giugno 2026 hanno raggiunto 96 GW su 520 istanze — sono un artefatto speculativo, non un fabbisogno reale.
Lo scenario base frena le richieste speculative
Nel report curato da Arturo Lorenzoni, lo scenario “Base” è indicato come il riferimento centrale. Gli altri due — “Accelerato” (4 GW al 2035) e “Trainato IA” (7 GW al 2035) — «sovrastimano significativamente la domanda effettiva», si legge nel rapporto. Un’analisi che trova conferma nei numeri: nel triennio 2023-2025 solo il 68% degli investimenti annunciati è stato effettivamente realizzato.
Oggi i data center italiani consumano 3,9 TWh l’anno, l’1,3% del totale nazionale. L’incremento aggiuntivo previsto dallo scenario Base è di 9,7 TWh al 2030 e 13 TWh al 2035. Cifre lontane dai 29,7 TWh (+50 TWh al 2035) dello scenario trainato dall’intelligenza artificiale.
Numeri che offrono una chiave diversa per leggere gli 82,6 GW di richieste di connessione a Terna censite a marzo 2026, salite a 96 GW il mese scorso. «I dati di Terna non sono realistici», ha dichiarato Lorenzoni durante il webinar di presentazione del 16 luglio. La ragione è economica: gli oneri di richiesta sono fissati a 2.500-3.000 euro, una barriera troppo bassa per scoraggiare domande prive di prospettive industriali.
Come i data center diventano risorse di flessibilità per la rete
Il rapporto dedica spazio al comportamento elettrico dei carichi di calcolo. L’addestramento dell’intelligenza artificiale genera «gradini» di carico — da quasi zero al massimo in millisecondi — che possono creare sbalzi di tensione e stress per la rete.
La soluzione, spiega lo studio, è sfruttare accumuli multilivello e sistemi evoluti di gestione energetica. Il 20-40% del carico di un’infrastruttura IA è modulabile; per i server di addestramento la quota sale all’80%. Significa che i carichi non urgenti possono essere spostati nelle ore di massima produzione rinnovabile, trasformando i data center in nodi grid-supporting capaci di offrire regolazione di frequenza e bilanciamento dei carichi.
«Le caratteristiche della domanda di energia del data center e il loro equipaggiamento con tecnologie di controllo avanzatissime li candidano a divenire parte attiva della gestione delle reti elettriche, capaci di fornire servizi di flessibilità», ha sintetizzato Lorenzoni.
PPA e rinnovabili 24/7: la ricetta per una crescita sostenibile
La copertura della domanda aggiuntiva richiederà 8-12 GW di nuova capacità rinnovabile dedicata entro il 2030, integrata dalla flotta esistente di cicli combinati a gas già in esercizio. Nessun nuovo termoelettrico, nessun nucleare: anche nell’ipotesi più favorevole, una centrale nucleare entrerebbe nel mix elettrico italiano nel 2038, «fuori tempo massimo» rispetto all’orizzonte 2030-2035 di espansione dei data center.
Lo strumento chiave individuato nel rapporto sono i Power Purchase Agreement (PPA) multi-tecnologia con tracciabilità oraria. L’obiettivo è una fornitura rinnovabile 24 ore su 24, sette giorni su sette. Alcuni contratti sono già operativi: tra Apple ed Engie (138 MW, annunciato a marzo 2026), tra Edison e Data4 (decennale), tra Iren e Statkraft (30 GWh/anno di solare) e tra Enfinity e Microsoft (400 MW in Italia nel 2026).
Mariagrazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia del WWF Italia, ha indicato tre criteri per uno sviluppo sostenibile: «I data center vanno alimentati con energia rinnovabile, collocati in aree già industrializzate per evitare il consumo di suolo e per approfittare di infrastrutture già esistenti, raffreddati con circuiti chiusi di ricircolo che minimizzino il consumo di acqua in un Paese a forte rischio siccità».
Il nodo autorizzativo e le proposte del rapporto
L’articolo 8 del decreto Bollette (dl 21/2026) ha introdotto il procedimento autorizzativo unico con un tetto di dieci mesi e tempistiche dimezzate per le valutazioni ambientali. Resta però un collo di bottiglia: l’autorizzazione unica non ha effetto di variante urbanistica. Se l’area risulta non conforme, la variante va ottenuta prima o in parallelo, con un allungamento di 6-12 mesi. La due diligence urbanistica preliminare diventa così il fattore decisivo del cronoprogramma.
Lo studio propone una norma quadro nazionale con requisiti stringenti: limiti massimi di PUE (Power Usage Effectiveness) e WUE (Water Usage Effectiveness), obbligo di riuso del calore per processi industriali e teleriscaldamento, quote minime di rinnovabili. Sul fronte anti-speculativo, si chiede un pre-screening tecnico e ambientale di Terna, Ispra e ministero delle Imprese, accompagnato da requisiti finanziari minimi — caparre e garanzie bancarie — per filtrare le domande di connessione.
Si arriva fino a un obbligo progressivo di approvvigionamento da fonti rinnovabili tramite Garanzie di Origine mensili e orarie per i data center sopra 1 MW: 50% entro il 2027, 80% entro il 2031, 100% entro il 2033.
L’anomalia italiana: quasi 50 GW di richieste per ogni GW di fabbisogno probabile
I numeri delle richieste di connessione e dello scenario Base raccontano una forbice che ha pochi equivalenti nel sistema elettrico europeo: per ogni GW di capacità che il rapporto ritiene probabile al 2030, sono stati depositati circa 69 GW di domande. Anche guardando al 2035, il rapporto tra richieste e capacità attesa resta superiore a 48 a 1. È la misura di una bolla speculativa resa possibile da costi di accesso alla coda irrisori e dall’assenza di filtri finanziari e tecnici.
Il governo, dal canto suo, non ha ancora chiuso la porta agli small modular reactor. «Sarebbe miope escluderli dal dibattito», ha dichiarato il sottosegretario Alessio Butti in una intervista del 15 luglio. La divergenza è netta: lo scenario tecnico dell’Università di Padova archivia qualunque opzione nucleare come anacronistica; la posizione politica mantiene gli Smr nel perimetro delle possibilità, seppure senza impegni industriali concreti. Intanto la Commissione europea ha chiuso ad aprile la consultazione sul regolamento delegato per le nuove etichette energetiche dei data center incentrate su PUE e WUE. Il quadro regolatorio prende forma mentre la geografia delle connessioni continua a essere dominata da domande che, con ogni probabilità, non diventeranno mai cantieri.
