Gli impianti già in costruzione in Cina porteranno la capacità produttiva di celle per batterie a un minimo di 5.862 GWh entro il 2030, con un potenziale che tocca i 6.720 GWh. Il dato, contenuto in un report del Carnegie Endowment for International Peace diffuso ieri, supera anche la stima più alta della domanda mondiale, ferma tra 3.600 e 5.100 GWh. Per la prima volta il sistema industriale cinese può inondare l’intero mercato globale dell’accumulo, e lo scenario obbliga l’industria energetica europea a ripensare le proprie strategie di approvvigionamento.
Quanto è ampio il divario tra offerta cinese e domanda globale
Anche prendendo lo scenario più conservativo — capacità a 5.862 GWh e domanda a 5.100 GWh — l’eccesso di produzione è di circa 762 GWh, pari a un surplus del 15%. Se invece la domanda dovesse attestarsi a 3.600 GWh, la capacità massima cinese eccederebbe il fabbisogno di oltre 3.100 GWh, più dell’80% in più rispetto a quanto richiesto dal mercato.
Il divario con gli altri paesi non si limita ai volumi. Il report segnala che Pechino mantiene un vantaggio strutturale su costi, tecnologie e materiali, tre leve che rendono difficile per i produttori europei e nordamericani competere soltanto sul piano industriale.
Prezzi sotto pressione e accelerazione dello storage
Un eccesso di offerta di questa portata rischia di tradursi in una pressione al ribasso sui prezzi delle celle e dei sistemi di accumulo. Per gli operatori del settore energia — utility, sviluppatori di impianti rinnovabili, aggregatori — batterie più economiche significano costi di integrazione dello storage più bassi, con un impatto diretto sulla bancabilità dei progetti e sulla velocità di penetrazione dei sistemi BESS nelle reti.
La dinamica non è priva di rischi: un calo eccessivo dei prezzi può consolidare la dipendenza tecnologica dalla Cina proprio mentre l’Europa tenta di costruire una filiera interna, dalla componentistica alla manifattura delle celle.
Geopolitica delle batterie: la partita dopo il 2030
Il Carnegie Endowment inquadra il fenomeno come un nodo di geopolitica industriale. La capacità cinese di saturare il mercato globale dello storage non è solo un fatto produttivo, ma un asset strategico nella corsa allo stoccaggio dell’energia. Le strategie per coprire parzialmente il margine con Pechino passano da politiche industriali, meccanismi di approvvigionamento diversificato e investimenti in ricerca sui materiali. Il nodo, per l’Europa, è se muoversi in tempo o trovarsi, tra quattro anni, a gestire un mercato in cui il prezzo lo decide un unico attore.
